Convergence
Björn Meyer, «Convergence», ECM Records, 2026, 1 CD
Con questo suo secondo album dedicato alla dimensione solistica, il bassista svedese Björn Meyer prosegue e approfondisce il percorso avviato con “Provenance” (2017), dimostrando come uno strumento come il basso elettrico a sei corde possa agire non solo di funzione armonica, ma farsi veicolo anche di articolata narratività melodico-ritmica.
Il fulcro del disco lo possiamo rintracciare nella capacità di Meyer di sfruttare le risorse del suo strumento per generare timbri suggestivi e tessiture sonore ricche di microvariazioni, senza mai perdere la consapevolezza dello spazio acustico in cui i dispiegano i suoni generati dal suo strumento.
L’impressione, ascolto dopo ascolto, è quella di una musica che, distante da facili soluzioni effettistiche, si pone alla ricerca di un’immagine timbrica al tempo stesso astratta e concreta, capace di evocare originali paesaggi espressivi con mezzi apparentemente limitati.
La scelta di realizzare il materiale in tempo reale, “dal vivo” in studio – l’album è stato registrato ai Bavaria Musikstudios di Monaco nel settembre 2024 – integra effetti, delay e riverberi come parte organica dell’esecuzione, elementi che non appaiono quindi come integrazioni innestate in sede di post-produzione, bensì colori che si mescolano mentre le frasi prendono via via la loro forma melodico-armonica definitiva.
Caratteri espressivi che vengono qui raccolti come i risultati di un percorso creativo maturato in anni di attività solistica, nell’ambito della quale i brani si sono sedimentati lentamente anche in occasione di concerti dal vivo, alimentati da ispirazioni e sperimentazioni anche estemporanee.
In un brano come “Rewired”, per esempio, Meyer ricorre a magneti e barre metalliche per alterare la vibrazione delle corde, mentre in “Magnétique” il musicista svedese si spinge oltre l’idea di preparazione dello strumento, ottenendo un suono ovattato e metallico tramite una costruzione specifica di magneti, una molla e persino gocce di colla cianoacrilica: il tapping, qui, imprime una pulsazione quasi percussiva che richiama complessi intrecci ritmici.
E ancora, il pizzicato di “Gravity” restituisce un significativo esempio di controllo strumentale, fino ad arrivare a quella sorta di ideale dissolvenza espressiva che segna la conclusiva “Nesodden”. (© Gazzetta di Parma)