UP

Pericopes+1, «UP», Losen Records 2020, 1 CD.

Un bel lavoro, maturo e trascinate, ammiccante quanto basta ad una immediatezza d’ascolto originale e mai scontata. Questo è il carattere della recente fatica discografica dei Pericopes+1, gruppo per due terzi parmigiano formato da Alessandro Sgobbio (pianoforte, Fender Rhodes), Emiliano Vernizzi (sax) e Nick Wight alla batteria.

Rispetto ai dischi precedenti, questo album uscito lo scorso 6 marzo trasferisce l’affinità interpretativa, ormai solida e ampiamente rodata, che caratterizza l’interplay dei tre musicisti su un fronte espressivo denso e mobile, completato da un pizzico di elettronica, dove gli scarti dinamici e gli intrecci dialogico-strumentali affiorano in primo piano. Un dato confermato anche dall’utilizzo di quegli andamenti reiterativi che, se in altre occasioni offrivano spazio a metamorfosi armoniche più articolate e multiformi, qui divengono perno strutturale di composizioni nelle quali emergono in maniera più centrale gli elementi ritmici e timbrici.

Emblematici, in questo senso, appaio i primi due brani: se in “Wonderland”, brano firmato da Sgobbio che apre l’album, il sax di Vernizzi tratteggia linee più distese mentre lo stesso Sgobbio cesella al pianoforte intarsi timbrico-ritmici, nel successivo “Ucronia”, questa volta scritto dal saxofonista, è proprio Vernizzi a disegnare, attraverso una cellula motivica ostinata ma in qualche modo meditativa, il panorama nel quale viene definita l’atmosfera del brano, abitata dalle evocative peregrinazioni del pianoforte e dal vagabondare denso e misurato della batteria di Wight. Una libertà più estemporanea si respira nella giocosa “Disco Gagarin”, mentre il clima più dilatato e rarefatto di The “Earth’s Shape” viene completato dalle tessiture timbriche di un quartetto d’archi che vede impegnati Anna Apollonio e Giulia Pontarolo ai violini, Margherita Cossio alla viola e Andrea Musto al violoncello.

Via via che si prosegue nell’ascolto, gli otto brani originali, equamente ripartiti tra i due autori italiani, propongo differenti spicchi della creatività di questa formazione, arrivando alla sorridente leggerezza de “La Rentrée”, per poi chiudere il disco con un nono titolo, un singolare omaggio offerto a Mark Knopfler e ai suoi Dire Straits attraverso un’insolita e delicata reinterpretazione di “Sultans Of Swing”. (© Gazzetta di Parma)