Black Bird

Federico Bonifazi, «Black Bird», Dodicilune 2025, 1 CD.

Uscito poco più di un mese fa, questo disco di Federico Bonifazi ci propone un percorso musicale personale dove un passato più o meno distante si fonde con un presente fatto di rimandi stilistici differenti e – a loro modo – coerenti. Un tracciato disegnato attraverso i tasti di un pianoforte che Bonifazi riesce a modulare attraverso frequenze espressive uniformi e cangianti al tempo stesso, mescolando in una sorta di sintesi personale il proprio panorama espressivo di riferimento.

Come annotato dallo stesso musicista, «“Black Bird” nasce dalle esperienze personali raccolte nell’arco degli anni, grazie ad una scelta ponderata dei brani che, se pur provenienti da diversi repertori stilistici, testimoniano la ricerca di un sound comune, definito ed omogeneo che trae ispirazione dai grandi maestri come Jarrett, Evans, Mehldau».

E proprio la figura di Brad Mehldau ci sembra balenare in maniera significativa tra le pieghe di questo lavoro discografico, sia per rimandi dichiarati come il brano “29 Palms” – dall’album “Places” del 2000 – sia per riferimenti più impliciti e sotterranei come quelli racchiusi in “You don’t be sad”, nel quale l’incedere del disegno ritmico-armonico ostinato e l’andamento melodico – sebbene variato – richiama il bano “Resignation” incluso nel disco “Elegiac Cycle” (1999) vale a dire uno capolavori in chiave solistica del pianista di Jacksonville.

Ma un rimando meno diretto a Mehldau lo possiamo rintracciare anche nel brano eponimo, un omaggio alla celebre canzone firmata Lennon-McCartney e apparsa nel “White Album” beatlesiano del 1968 che il pianista americano ha riletto nel 1997 (“The Art of the Trio Volume One”) e che chiude emblematicamente questo disco di Bonifazi. Un lavoro ricco di riferimenti, capace di rimandare alla tradizione classica di stampo ottocentesco – il Brahms di “Intermezzo” – o alle atmosfere sudamericane animate dalla bossa nova di Antônio Carlos Jobim – “How insensitive” – dando forma ad un disco originale e dal piacevole ascolto.

Un lavoro compilato – per usare ancora le parole dello stesso Bonifazi – scegliendo brani nei quali ha «voluto mantenere intatta la struttura melodica, perché iconica ed indimenticabile, modificandone a volte solo la parte armonica e ritmica ed innescando improvvisazioni che spaziano dal simil “stride piano” al blues, fino ai classici romantici europei». (© Gazzetta di Parma)