N.O.P.E.

Pierpaolo Zenni, «N.O.P.E.», Aut Records 2026, 1 CD.

L’esordio discografico del pianista Pierpaolo Zenni propone un interessante percorso musicale che vede il musicista di Chieti alla guida di un quartetto capace di dialogare con fluida naturalezza, con Francesco Bigoni al sax tenore e clarinetto, Pietro Paris al contrabbasso e Francesco De Tuoni alla batteria.

Un tracciato espressivo che non si limita a una rilettura di fonti di ispirazione pur variegate e diversificate, ma pare andare alla ricerca di una concreta sintesi tra la tradizione afroamericana e le tensioni contemporanee. Una scrittura che accoglie con naturalezza influenze eterogenee, spaziando da arcaici rimandi certi spiritual alle spigolosità del free jazz, fino alle suggestioni ritmiche dell’hip-hop.

Il pianismo di Zenni – generato da un percorso che ha coniugato formazione accademica e perfezionamento presso la Siena Jazz – riflette un gusto nutrito da una consapevole misura stilistica, capace di dialogare con i compagni di viaggio in modo solido e naturale al tempo stesso.

Un quartetto, quello qui impegnato, che lavora su una materia musicale che intende miscelare riletture di autori quali Thelonious Monk o Andrew Hill, con il recupero di uno spiritual di matrice tradizionale come “Acheetah”, un brano che, con il suo passo denso e la sua pregnante materia armonico-sonora intrisa di rimandi blues emerge tra i momenti più significativi dell’album.

Caratteri, questi, che possiamo ritrovare anche nelle creazioni più originali, dove i tracciati compositivi si intrecciano con rimandi i più differenti, come in “Dick Laurent Is Dead”, omaggio al cinema di David Lynch – e, in particolare, a “Strade perdute” – che si traduce in atmosfere sospese e inquiete, o in “No Other Land”, dove l’esplicito rimando al film documentario del 2024 scritto, prodotto e diretto da un collettivo israelo-palestinese e vincitore del premio Oscar 2025 si coniuga con un ideale omaggio stilistico alla musica di Charlie Haden.

La successione degli otto brani qui raccolti, inoltre, restituisce una singolare cura per un’impronta timbrica che – di composizione in composizione – trova spazi e declinazioni anche molto differenti tra loro, arrivando a un titolo come “Hail to the Garbage” che chiude l’album attraverso un segno improvvisativo che pesca a piene mani da certe estreme frontiere free. (© Gazzetta di Parma)