Reaching for the Moon
Elina Duni, Rob Luft, «Reaching for the Moon», ECM Records, 2026, 1 CD.
Con questo recente lavoro – sesto album per ECM e terza collaborazione con il chitarrista Rob Luft – la cantante svizzero-albanese Elina Duni si concentra sul dialogo tra voce e chitarra plasmando un disco raccolto, notturno e intenso.
La dimensione intima non limita l’orizzonte musicale, al contrario, lo rende più nitido, lasciando emergere con chiarezza la naturale inclinazione di Duni a muoversi tra lingue, tradizioni e generi diversi, mantenendo una propria originale identità.
Fin dal titolo – preso dal brano eponimo che omaggia in apertura Irving Berlin, con una melodia già interpretata in passato da artisti quali Frank Sinatra o Ella Fitzgerald – possiamo intuire che gli undici brani che compongono l’album propongono un percorso – appunto – “lunare”, fatto di rimandi, reminiscenze cinematografiche e canzoni che sembrano affiorare da un’ideale penombra della memoria. Un passo intenso ed equilibrato, quello offerto dall’avvio di questo disco, che ci fanno intuire il clima raccolto, denso e armonioso che pervade l’intero lavoro.
Particolarmente riuscito, in questo senso, appare la fusione tra “Yumeji’s Theme” di Shigeru Umebayashi (tratto dal film “Yumeji” di Seijun Suzuki) e “Sleep Safe and Warm” di Krzysztof Komeda (da “Rosemary’s Baby” di Roman Polański), dove Duni rinuncia alle parole e usa la voce come strumento puro. Ne nasce una sequenza rarefatta, in cui il cinema diventa memoria sonora più che citazione.
Lo stesso senso di viaggio attraversa il rimando più classico rappresentato da “Les Berceaux” di Gabriel Fauré e, soprattutto, “Cammina Cammina” di Pino Daniele, quest’ultimo uno delle interpretazioni più riuscite per delicatezza ed equilibrio espressivo intessuto tra voce e chitarra.
Un quadro stilistico ricercato e variegato al tempo stesso, quello qui proposto da Elina Duni e Rob Luft, che si amplia anche di rimandi alla musica di tradizione popolare, come in “Ani More Nuse” – brano tradizione del Kosovo – e “Leili Lullaby” di Mahsa Vadat, dove la cantante aggiunge piccoli accenti percussivi e conferma una familiarità profonda con repertori lontani dal canone più prettamente jazzistico.
Un disco, in sostanza, tratteggiato con raffinata sobrietà, che conferma la maturità di un dialogo – quello tra Duni e Luft – avviato nel 2017 al Montreux Jazz Festival e giunto oggi a una forma essenziale, quasi confidenziale. (© Gazzetta di Parma)