Siphonoforo

Marco Pasinetti, «Siphonoforo», Flying Robert Music, 2026, 1 CD

Il recente debutto discografico da titolare del chitarrista Marco Pasinetti trae la propria matrice concettuale dalla biologia marina. Il sifonoforo è un organismo coloniale composto da entità distinte che cooperano per la sopravvivenza; una metafora che il musicista trasferisce all’interno di un quartetto completato da Tommaso Iacoviello alla tromba, Luca Tapino al trombone e Pierluigi Foschi alla batteria. Frutto di una ricerca avviata a Siena Jazz e perfezionata nei laboratori di Stefano Battaglia, il progetto si inserisce nella tradizione delle formazioni prive di contrabbasso.

Questa scelta timbrica evoca storici modelli cameristici, dal trio di Jimmy Giuffre con Jim Hall e Bob Brookmeyer fino all’ensemble di Paul Motian con Bill Frisell. All’interno del disco, l’assenza del registro grave stabile ridefinisce lo spazio acustico, spingendo la chitarra a suggerire strutture armoniche essenziali e i fiati a muoversi su traiettorie contrappuntistiche. La musica si sviluppa attraverso una partecipazione collettiva che esclude il solismo virtuosistico a favore di una sintesi comune e condivisa.

Nelle dodici tracce qui raccolte si avverte una costante oscillazione tra un’atmosfera cameristica a tratti cupa, venata ora da uno humour a volte dolente, ora di aperture più solari e ironiche. Brani come “Magma alpino” – firmato da tutti e quattro i musicisti coinvolti – e “Conigli e Conigliette” mostrano un andamento frammentato, mentre “Chico” si orienta verso uno sviluppo latineggiante.

L’esplorazione prosegue con il gioco di rimandi tra “Lascia tutto aperto” e la successiva “Ti ho detto di non chiudere”, per toccare una dimensione più dilatata e riflessiva in “Requiem For E”. Il quartetto assimila influenze eterogenee, dal rock al folk, mantenendo l’improvvisazione di matrice jazzistica come fulcro generativo.

Un carattere confermato anche dagli unici due brani non scritti da Pasinetti: “Probability Cloud” di Bill Frisell e “Apache” di Jimmy Giuffre, quest’ultima estesa in un lungo percorso che muove da premesse rumoristiche fino a risoluzioni elettriche.

Brani, questi, non rappresentano semplici omaggi, ma confermano i rimandi espressivi e stilistici di un lavoro basato sull’interazione strumentale serrata e sulla destrutturazione di schemi ritmici convenzionali. (© Gazzetta di Parma)