The Art of Leaving Blankness

Giacomo Ganzerli Trio, «The Art of Leaving Blankness», Nusica.org 2026, 1 CD.

Pubblicato nello scorso mese di gennaio, il debutto discografico del Giacomo Ganzerli Trio propone otto brani tratteggiati attraverso uno stile fresco e originale, capace di restituire anche la fluida affinità espressiva scaturita dai dialoghi dei componenti di questa formazione, vale a dire Giacomo Ganzerli alla batteria e all’elettronica, Daniele Nasi al sax tenore e Michele Bonifati alla chitarra.

Il disco – registrato presso Fieno Recording Studio di Matteo Pontegavelli e Michele Bonifati e mixato e masterizzato dallo stesso chitarrista – si ispira al principio derivato dalla pittura tradizionale cinese del liúbái, ovvero “lasciare vuoto”, una tecnica che suggerisce paesaggi e distanze attraverso spazi non dipinti, affidando all’osservatore il compito di completare mentalmente ciò che resta fuori campo.

Questa filosofia viene qui tradotta in ambito musicale attraverso la scelta di sottrarre elementi piuttosto che aggiungerli, dando valore a silenzi e pause, dettagli percepiti come strumenti narrativi fondamentali. Dal punto di vista sonoro, questo ensemble si distingue per la ricerca di una cifra timbrica personale, che nasce dall’interazione tra strumenti acustici e dispositivi elettronici come drum machine, sequencer e distorsori.

Il percorso artistico dei membri del trio, maturato tra studi jazzistici, esperienze con sonorizzazioni di film muti, rock e musica elettronica, contribuisce a un interplay in cui i ruoli tra melodia, ritmo e tessiture si scambiano continuamente. Ogni brano dell’album riflette un approccio specifico alla sottrazione, a partire da “Bairro Alto”, che apre il lavoro attraverso un segno melodico che nelle intenzioni evoca l’andamento delle strade di Lisbona, alternando pendenze morbide e improvvise aperture, mentre il seguente “The Comet” vuole trasformare idealmente una relazione vissuta a distanza in una traiettoria sonora che appare e scompare.

Altri brani come “Crescendo” e “Nasten’ka” si sviluppano a partire dal desiderio di mantenere un rimando con progetti precedenti e riferimenti letterari – come il romanzo “Le notti bianche” di Dostoevskij – oscillando tra sospensione emotiva e urgenza. Tra gli altri brani, infine, ricordiamo ancora “A Quiet Place” e “Under the Influence”, costruiti su contrappunti interni sviluppati su trame elettroniche rarefatte e su strutture acustiche compatte. (© Gazzetta di Parma)