Be Candle in the Darkness

Roberto Bonati dirige un inno alla pace dedicato a Gaza. «Be Candle in the Darkness», intensa partitura.

Il jazz per sua natura è sempre stato crogiuolo e miscuglio di generi, espressioni sonore e culture differenti, infischiandosene francamente (semi cit.) delle diversità, delle distanze etnico-politico-culturali, dei confini – fisici e/o mentali – e d30elle distinzioni tra “noi” e “loro”. Tutto questo è avvenuto in un percorso tracciato per oltre un secolo, alternando passaggi più lineari e agevoli ad altri più aspri e problematici. In ogni caso, per sua indole il linguaggio musicale di matrice africano-americana osserva il proprio tempo con i piedi ben piantati nelle diverse tradizioni che lo nutrono, rivolgendo lo sguardo vivo e vigile sul presente e respirando una possibile idea di futuro.

In questo quadro, il concerto ospitato sabato scorso in un Teatro Farnese gremito di pubblico per il secondo appuntamento del ParmaJazz Frontiere Festival 2025 ha ribadito questa funzione di militanza culturale e “politica” – nell’accezione nobile del termine e non nel suo senso deteriorato attualmente predominante – grazie alla nuova produzione titolata “Be Candle in the Darkness”, composizione scritta e diretta da Roberto Bonati ed eseguita dalla ParmaFrontiere Orchestra, in questa occasione animata dalla voce di Angela Malagisi, dai fiati di Riccardo Luppi, Gabriele Fava, Mario Arcari e Mirco Mariottini, dalla tromba di Michael Gassmann, dagli archi di Paolo Botti, Liliana Amadei e Antonio Amadei, dalla tuba di Oscar De Caro, dalla chitarra di Luca Perciballi, dal vibrafono di Andrea Dulbecco, dal contrabbasso di Giancarlo Patris e dalle percussioni di Roberto Dani.

Un ensemble che ha saputo seguire il tracciato segnato dalla partitura e dai gesti di Bonati con la partecipata attenzione di chi riesce a unire la cifra professionale del musicista alla consapevolezza umana della persona, il tutto declinato in un caleidoscopio timbrico-strumentale capace di restituire le differenti sfaccettature di una materia musicale al tempo stesso complessa e immediata.

Un carattere, questo, che nell’ordinata sequenza di sezioni che componevano questa sorta di suite – costruita per pannelli giustapposti attraverso un impianto che caratterizza la matrice compositiva per larghi organici del direttore artistico di ParmaJazz Frontiere – rivelava un’indagine che pareva voler coniugare momenti di affilata – e a tratti stridente – tensione drammatica con aperure più apertamente descrittive. Un flusso sonoro espressivamente complesso e, al tempo stesso, sincero e diretto, dove scarti ritmico-strumentali stravinskijani – ma anche bartókiani per alcuni inserti timbrico-percussivi – si giustapponevano ad aperture più narrative, tratteggiate attraverso raffinate trasparenze armoniche che ci hanno richiamato alla memoria frammenti di certe orchestrazioni evansiane.

Un’alchimia che – tra musica euro-colta e tradizione jazzistica, o ancora tra scrittura codificata e improvvisazioni guidate con il metodo della conduction – Bonati ha saputo ricreare con gusto intenso, assecondato con bella affinità da un ensemble che ha condiviso il profondo messaggio racchiuso nei testi di Terenzio, Virgilio e degli Inni Orfici qui musicati.

Un inno alla pace dedicato in maniera esplicita al genocidio di Gaza, un messaggio richiamato a fine serata e suggellato da un bis e dagli applausi calorosi e partecipati del numeroso pubblico presente. (© Gazzetta di Parma)