Suite For Miles
Giovanni Falzone Libera Band, «Suite For Miles», Tǔk Music 2026, 1 CD.
Nell’anno della ricorrenza del centenario dalla nascita di Miles Davis, questo disco realizzato da Giovanni Falzone con la sua Libera Band affronta uno dei terreni più insidiosi del jazz in questo 2026, vale a dire rendere omaggio, appunto, a una figura come quella di Davis evitando riletture troppo ossequiose.
Un disco, questo, pubblicato dall’etichetta Tǔk Music di Paolo Fresu e che nasce da un invito dello stesso trombettista sardo rivolto all’artista nato a Lippstadt per la sua rassegna Time In Jazz. Nel raccogliere questo invito, Falzone sceglie una strada limpida e determinata: non la ricostruzione filologica del dettato del maestro di Alton in Illinois, ma una lettura personale, nutrita di memoria, ascolto e trasformazione.
Il percorso di ascolto alterna pagine davisiane come “Solar”, “Milestone”, “Blue In Green”, “So What” e “Tutu” a composizioni originali quali “Around Four”, che apre il disco, “Andalusia”, “Lo Sciamano”, “Sunrise” e “Blue Miles”, costruendo comunque un percorso unitario più che una semplice sequenza di brani accostati l’uno dopo l’altro.
Il carattere principale dell’album sta proprio nella capacità di tenere insieme libertà e coerenza, due principi centrali dell’eredità milesiana. La tromba di Falzone guida il discorso con energia controllata, evitando tanto la citazione deferente quanto l’eccesso autoreferenziale.
Attorno a lui, il sax alto di Raffaele Fiengo introduce linee mobili e incisive, mentre il pianoforte di Massimiliano Cameroni offre equilibrio armonico e zone di respiro. La sezione ritmica, con Giuseppe La Grutta al basso elettrico e Riccardo Marchese alla batteria, sostiene l’insieme con una spinta elastica, capace di accendere le parti più dinamiche senza appesantire quelle più contemplative.
La già citata “Around Four” chiarisce subito l’intenzione del progetto: un jazz vivo, attraversato da scambi rapidi, tensioni improvvisative e una pulsazione moderna. Un album, questo di Falzone, che convince perché non intende illustrare la musica di Davis, ma cerca di misurarsi con ciò che la sua eredità estetica continua a generare.
Si tratta di un disco denso ed emotivamente partecipe, nel quale il tributo diventa occasione per offrire una visione autonoma e coerente con il panorama jazzistico del nostro tempo. (© Gazzetta di Parma)